PIERPAOLO CAPOVILLA E I CATTIVI MAESTRI: l'album omonimo per raccontare la guerra in tutte le sue forme

PIERPAOLO CAPOVILLA E I CATTIVI MAESTRI: l'album omonimo per raccontare la guerra in tutte le sue forme

Dopo la storica militanza ne Il Teatro Degli Orrori, Pierpaolo Capovilla inaugura l’inizio di un nuovo capitolo discografico insieme a Garrincha Dischi, annunciando l’uscita del suo primo lavoro in studio con l’inedito progetto Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri, dirompente formazione in cui figurano anche Egle Sommacal (Massimo Volume), Fabrizio Baioni (LEDA) e Federico Aggio (Lucertulas).

«Dieci canzoni, otto cazzotti e due carezze, per raccontare questi tempi di violenza e sopraffazione, il paese e il mondo in cui viviamo».

Queste le parole di Capovilla per descrivere il nuovo album che, in un momento storico colpito da un conflitto senza precedenti nel cuore dell’Europa, ha come tema dominante proprio la guerra. Guerra intesa come violenza nelle sue diverse accezioni, sia essa militare, simbolica o interiore. Sia essa quella che uccide i corpi o quella che ferisce il cuore. «Ciò che si teme nel disco è ciò che si sta verificando adesso. Non è una profezia, è il terribile ordine delle cose».


 

Fin dalla copertina – opera del giovane pittore Romanì Vasco Hadzovich, che raffigura un Cristo Gitanoil disco esprime una forte affezione nei confronti dei migranti e delle minoranze etniche, figure paradigmatiche del nostro tempo, accanto alle quali Capovilla e i suoi si schierano per lanciare una denuncia contro il razzismo che permea una parte significativa della società italiana, proponendo invece un messaggio di integrazione, di solidarietà e, soprattutto, di uguaglianza.

«Che cosa ci rende fratelli e sorelle in questo mondo? Il desiderio di uguaglianza, talmente semplice che continuiamo a pensarla come qualcosa di impossibile».

Idealmente diviso in due parti – la prima massimalista e tumultuosa, la seconda più romantica e malinconica – l’album è un concentrato rock duro e puro, fitto di chitarre anche inusuali o disarmoniche, bassi roboanti e una batteria furiosa, in cui si coniuga la voce inconfondibile di Capovilla, capace di spaziare dal cantato, alle urla, alla declamazione, parole di incontenibile rabbia e sofferenza, che mettono a nudo la tirannide capitalista e lo sconforto sociale per un futuro mai così cupo come oggi.

Ripercorriamo l'album traccia per traccia!

Morte Ai Poveri è una canzone per sgranchirsi la mente, per aprire gli occhi, per alzarsi in piedi e magari uscire di casa alla disperata ricerca di una piazza, dove ritrovarci fra consimili e poter gridare un grande no al razzismo, in tutte le sue forme. Di recente il Burkina Faso ha avuto un gran giorno: finalmente sono stati condannati gli assassini di Thomas Sankara, che Dio l'abbia in gloria. Questa canzone è anche per lui, in sua memoria, e per l’Africa tutta, che è il nostro futuro.

La Guerra Del Golfo fu l’inizio di questo mondo nuovo e spaventoso in cui resistono le nostre vite. Gli americani prima ingannarono tutti, anche i propri cittadini, e poi colpirono l’Irak con una forza militare soverchiante, distruggendo un paese intero con una ferocia bellica mai vista prima. Furono usate tutte le armi più evolute dell’epoca, comprese le devastanti “Daisy Cutter”, che quando esplodono sembrano bombe atomiche, e con le quali sterminarono – letteralmente – l’esercito iracheno in ritirata. Una guerra che fece, si stima ad oggi, due milioni di vittime fra i civili, come se niente fosse. «Oil for food», si disse al tempo, rendendo più chiaro che mai il messaggio statunitense: le risorse energetiche sono di proprietà dell’impero americano, e che nessuno si azzardi a suggerire il contrario.

Minutegirl: una giovane depressa confida al proprio psichiatra di come la notte sogni la guerra termonucleare. L’incubo diventa paranoia costante e timore che i sogni possano essere rivelatori.

Il testo di Dieci Anni è una giustapposizione di versi tratti da tre poesie di Emidio Paolucci, poeta detenuto e amico fraterno, lo stesso con il quale ho pubblicato Finché Galera Non Ci Separi. Una sbirciatina voyeuristica nelle solitudini e nei rammarichi della vita in carcere, in un sistema di detenzione che ogni anno produce l’ottanta per cento di recidiva, e dove il suicidio, anche di chi ci lavora, è all’ordine del giorno.

Follow The Money: «Segui il denaro» diceva Falcone «e troverai i mandanti». Non di mandanti si narra nella canzone, ma di come il denaro corrompa tanto chi lo desidera quanto chi già ne possiede, e induce all’indifferenza nei confronti della povera gente, che ha soltanto una colpa: quella di non essere nata nel posto giusto del mondo.



I
l Miserabile parla del consumismo più sfrenato, la trappola prestazionale, i dispositivi tecnologici: tutto concorre a trasformarci in schiavi del nostro tempo.
 
Piu Forte Che Puoi - Il migrante. Viviamo in un paese che gli nega i diritti più elementari. Il diritto alla sopravvivenza e alla pace nel suo paese, il diritto alla fuga dalla guerra, e tutti quei diritti necessari all’integrazione sociale e, come dovrebbe esser chiaro, alla sicurezza di tutti. Con i decreti sicurezza di Salvini gli abbiamo tolto tutto, e continuiamo a farlo, perché nulla è cambiato. Dov’è finita la solidarietà? Nelle mani di una politica costantemente rinunciataria, insufficiente e inadeguata.

La Città Del Sole - Lorenzo Orsetti, ucciso in trincea mentre combatteva al fianco delle donne e degli uomini del Rojava. Ci andò sapendo di rischiare la vita, e ci andò non per odio del nemico, ma per amore del mondo. Che Dio l’abbia in gloria, povero ragazzo. Questa canzone è dedicata a lui, al suo coraggio, alla sua fede negli ideali, ai suoi cari, a chi gli voleva bene, e al sogno curdo del Confederalismo Democratico, un sogno stupendo fatto di uguaglianza, fratellanza, sorellanza, condivisione, e di pace, santo cielo, di pace. La pace non è un pianeta lontano e irraggiungibile, la pace è qui, fra di noi, basta cercarla e, ça va sans dire, volerla.

Anita - Non ci si parla più, anche quando ci si ama. L’incertezza esistenziale, la gelosia, la guerra interiore, e alla fine, ineludibile, il divorzio. Una canzone semplice e commossa, dentro il pugno una carezza, e tanta nostalgia per l’amore che muore, piano piano, mentre corriamo al lavoro, senza neanche accorgersene, o capire il perché.

Sei Una Cosa - La catastrofe. L’incubo della guerra che ritorna feroce e più vivido che mai. Sullo sfondo, un povero bambino yemenita che abbraccia il padre morto in un bombardamento. Tutto tragicamente vero. Mentre Leonardo e l’industria bellica italiana non smette di fare affari d’oro con l’Arabia Saudita, che del destino degli incolpevoli civili in Yemen se ne infischia bellamente. Un ritratto crudele e disperato dei nostri tempi.